Lo scandalo dell’editoria accademica

Di George Monbiot sul Guardian, tradotto da Massimiliano Rupalti su Effetto Cassandra.

Murdoch paga i suoi giornalisti ed i suoi editori, e le sue compagnie generano gran parte dei contenuti che usano. Ma gli editori accademici ottengono gratuitamente i loro articoli, le loro revisioni tra pari (approvate da altri ricercatori) e persino la maggior parte della loro redazione. Il materiale che pubblicano è stato commissionato e finanziato non da loro, ma da noi, attraverso finanziamenti alla ricerca e stipendi accademici. Ma per visionarlo dobbiamo pagare ancora ed in maniera esosa.

Domanda di un profano: com’è che le lamentele iniziano a farsi significative solo adesso?

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4 Risposte to “Lo scandalo dell’editoria accademica”

  1. Aubrey Says:

    Da quello che so, le lamentele le stanno facendo da una ventina di anni circa, ma il discorso rimane sempre di nicchia. Io credo che un problema di comunicazione cruciale sia stato il fatto che la “crisi dei seriali” era nota prevalentemente ai bibliotecari, che notoriamente sono “invisibili” (come ogni buona “infrastruttura” è, d’altronde, e lo dico col massimo rispetto) e non sono riusciti a spiegarlo all’accademia. Inoltre, ci sono vari problemi con la soluzione proposta, l’Open Access, che fatica ancora a trovare business model efficaci, e poi altri fattori (come il fatto che gli accademici non sanno nulla di copyright e copyleft :-D)

  2. knulp Says:

    Ci sono altri aspetti da considerare. Negli ultimi anni c’è stato un incremento esponenziale nel numero delle pubblicazioni. E un decremento nella qualità delle stesse. Quasi tutti gli stati hanno incrementato la loro spesa in ricerca pubblica, quindi un più alto numero di accademici. Per non parlare dell’arrivo dei cinesi, che ha stravolto il panorama. Poi c’è il fatto che i governi hanno scoperto la bibliometria: si pretende di valutare l’output di un ricercatore dal suo h-index, o misure similari. Questo spinge la gente ad aumentare vertiginosamente la frequenza di pubblicazione, ma anche a pubblicare roba di qualità più bassa.
    Infine, è prassi di molti pubblicare i propri articoli liberamente on-line anche dopo la pubblicazione e nonostante il trasferimento del copyright agli editori.

    In tutto questo, risalta il fatto che gli editor guadagnino un sacco, senza apportare alcun vero valore aggiunto alla catena: gli articoli li scrivono i ricercatori, e il peer review lo fanno i ricercatori. Perché quindi pagare cifre esorbitanti agli editors? Soldi pubblici, tra l’altro!

    È vero che questo è sempre successo: ma una volta Internet non era così diffusa; e una volta non c’erano così tanti journal in giro; e una volta un journal era indice di qualità, oggi non necessariamente (a parte Nature e Science, forse). E quindi, ecco la protesta.

  3. Aubrey Says:

    Fra l’altro, il pubblico paga due volte: la prima volta i ricercatori per fare ricerca, la seconda volta le biblioteche per comprare le riviste su cui quella ricerca è pubblicata. In tempi di crisi, per cui le biblioteche stanno chiudendo e vedendo i loro budget ridotti al minimo, questa cosa ha un impatto importante.

  4. capemaster Says:

    Potremmo anche dire che fino all’avvento delle riviste online, gli editori avevano – e hanno ancora in certi casi – buon gioco perché il processo di peer review è abbastanza mafioso e legato alle mode del momento.
    Le lamentele vengono fuori ora che sta andando di moda il scientific blogging e la pubblicazione su internet dei dati non pubblicati da altre parti, senza filtri o censure ed esponendosi al giudizio di tutti.

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